mercoledì, 10 agosto 2005

Pausa Estiva

Mi scuso per la lunga pausa, ma ho dovuto dedicarmi ai ritmi vacanzieri di Agosto. Con entrambi i bambini a casa, non ho molto tempo per pensare, navigare, scrivere. Ho avuto tempo di leggere un libro che mi e' stato commissionato da mio fratello: "COMMISSIONER ROOSVELT. The sotry of Theodore Roosvelt and the New York City Police 1895-1897": una biografia di Theodore Roosvelt scritta da H. Paul Jeffers, sui due anni 1895-97 in cui Roosvelt e' stato commissario di polizia a Manhattan. L'aspetto che interessava mio fratello riguardava il rapporto di Roosvelt con Jacob Riis, giornalista fotografo che ha aiutato ad avviare una serie di riforme sociali nella New York di fine Ottocento, proprio grazie alle sue foto che documentavano la vita degli immigrati nel quartiere di DownTown Manhattan: il suo testo piu' famoso e' "How the other half lives".

Mio fratello ha fatto di Riis il soggetto della sua tesi di Laurea. E io lo aiuto come posso. Cosi', tra le marmellate di Agosto, prugne soprattutto, alcune visite ricevute e ricambiate perche' di questi tempi l'Umbria pullula di visitatori, la mia vita non ha tempo per lo scrivere e ho deciso di dichiararmi in pausa fino ai primi di Settembre. Mi spiace interrompere questo filo appena avviato, a presto pero'...

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giovedì, 28 luglio 2005

Ci sono giorni in cui non mi piace guardarmi dentro.

Mi sembra di trovare il vuoto e il nulla. E fatico a sforzarmi di accettare chi non sento di essere.

Ma tutto passa. E anche quei giorni hanno un'alba e un tramonto. Non e' facile scrivere quando mi sento vuota. Consumata da ritmi assurdi dettati solo dalla paura di non sentirmi nelle pause. E allora meglio muovermi, agire, non fermarmi, anche se non ho una direzione precisa. E quella che individuo strada facendo a volte mi fa deviare dal mio centro. Ecco, in questi giorni e' come se perdessi il mio centro. E' come se non mi sentissi, non mi trovassi.

Dal vuoto non proviene che vuoto.

 

 

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mercoledì, 27 luglio 2005

CENA DA INGLESI

Un giorno alla volta, la vita di campagna non e' mai monotona. E da quando la scuola e' finita e Simone e' a casa (Lucia lo e' sempre stata perche' ancora non ha due anni) mi sembra di inseguire le sorprese o esserne colta impreparata in flagrante.

Ieri eravamo invitati a cena da una coppia di Inglesi che hanno comprato una casa qui vicino, l'hanno restaurata e ci hanno invitati a trovarli. Li avevamo visti solo due volte prima e tramite il loro sito abbiamo navigato attraverso le istruzioni per raggiungere questo rifugio nel bosco. L'invito era per le sei e siamo arrivati puntuali. Ci trovavamo sulla strada per Cortona e abbiamo dovuto prendere una deviazione che si infilava nel bosco. L'arrivo e' stato ok, dopo un chilometro di stradina sterrata senza possibilita' di invertire la direzione di marcia per mancanza di spazio. Ci siamo trovati sulla cima di una montagna dalla quale potevamo vedere la valle sottostante di fronte alla loro villa restaurata. Dall'esterno non sembrava molto diversa dalle case coloniche che si vedono qui intorno. Ma all'interno le rifiniture e gli arredi erano molto eleganti e inglesi. Lei si diletta a trovare pezzi per l'arredo e mettendo a punto questa casa hanno realizzato il loro sogno di avere una base in Italia.

Abbiamo passato una serata piacevole. Lui lavora per la FOX distribuzione cinematografica ed e' un gran parlatore. Non conoscono molte persone qui intorno e non parlano l'Italiano, quindi erano felici di intrattenersi con Breon e le sue esperienze di americano in Italia. Lei ama cucinare e ci ha servito una lasagna non propriamente ITALIAN STYLE... E i nostri bambini si sono scatenati sotto lo sguardo "inglese" delle loro due figlie ormai quasi adolescenti. Non posso dire che mi sentissi a mio agio. Ma a posteriori e' difficile dirlo vista l'avventura che ci e' capitata a fine serata.

Le "small talks" non sono il mio forte, e la differenza di eta' e di esperienze con loro mi faceva sentire un po' ai margini. Inoltre ero preoccupata per Simone e la sua esuberanza nel girovagare tra le stanze piene di oggetti delicati. La sincerita' dei bambini a volte inchioda e a lui la lasagna proprio non piace e per giunta quella era piccante, per cui "disgusting" secondo i suoi gusti... La padrona di casa cercava di minimizzare ma si vedeva che non aveva gradito la critica. E io pur tenendo a freno Simone non riuscivo a tenere a freno i suoi quattro anni e mezzo. Anyway, loro sono amanti di cani ed erano molto presi dalla personalita' di Breon, cosi' si e' passati sopra alle intemperanze dei bambini. Lucia d'altra parte ha suscitato l'ilarita' di tutti giocando a PEAK A BOOH dalla porta per quasi mezz'ora.

Alla fine, nel buio piu' assoluti ci siamo avviati per tornare a casa alle undici di sera. Simone ha battuto la testa contro la macchina e non ne poteva piu'. Abbiamo preso la stradina al contrario e dopo un centinaio di metri di bosco ci siamo trovati a una forcella: strada in discesa a destra, in salita a sinistra. Bree alla guida ha optato per la discesa. Grande errore. Dopo venti metri di ripida discesa abbiamo capito che c'erano troppe buche, la strada era troppo stretta perche' fosse quella giusta. Ma come tornare indietro? E' rimasta la retromarcia da provare nel buio fitto, con Simone che piangeva perche' ci saremmo persi nel bosco. E Breon ci ha provato... La macchina per un po' ha retto, poi si e' inchiodata e all'ennesima inchiodata ce l'ha fatta a ritornare su al punto della forcella emettendo un gran fumo nero dal motore e una puzza di gomma bruciata irrespirabile.

Che fare? Il motore era ancora acceso e fumava. Noi siamo usciti dalla macchina a guardare e non sembrava esserci granche' da risolvere tranne che provare ad andare avanti per la strada giusta. E cosi' abbiamo fatto. Con la macchina in fumo abbiamo proseguito per un bel po' fino a risbucare nella strada principale e tornare piano piano a casa. Io ho espresso la mia preoccupazione, li' per li', nel mezzo della crisi, mista a un senso di paura: macchina in panne, nel bosco di notte al buio... E arrivando a casa ho espresso la mia gratitudine nel vedere la nostra casa apparire non cosi' isolata nel mezzo di un bosco.

Bree ha espresso la sua rabbia dicendo che non aveva capito la mia paura ne' quella di Simone. Che lo ho rovinato con storie che incutono la paura del buio - assolutamente falso dato che, a parte cappuccetto rosso, non sono una che minaccia l'arrivo del lupo o la punizione al buio o niente di simile. Detto da lui, che ha gia' letto tre Harry Potter a Simone e gli ha fatto vedere ET all'eta' di due anni traumatizzandolo per un bel periodo riguardo a mostri ed extraterrestri, la cosa mi ha ferita.

E mi ha spinto a elucubrare su come non ci si conosce e ci si interpreta anche vivendo insieme, condividendo l'esperienza di mettere al mondo due figli, e le difficolta' di improvvisarsi genitori. Come se infatti genitori ci si nascesse!!!

Ma al di la' di tutto, che ci sta a fare una famiglia di inglesi in una casa sperduta nel bosco? Cosa li ha spinti a comprare un rudere, restaurarlo, renderlo una casa con interni da copertina per passarci qualche settimana l'anno? Ero attratta dalla loro scelta e dal loro coraggio. E oggi, dopo l'avventura che ci e' costata una frizione distrutta (per cambiarla mi hanno chiesto 500 EURO) e una litigata che mina le basi di una visione che avevo di me nei confronti dell'educazione di Simone (davvero Breon mi percepisce come una che alimenta le paure del buio e dei lupi?) non la vedo piu' cosi' idilliaca. Ma perche' non ci hanno dato indicazioni anche su come andarcene dal loro bosco? E cosa ci posso fare se sono cresciuta con la paura del buio e nonostante l'abbia superata, ancora mi prende a volte, come una tenaglia allo stomaco difficile da far sparire razionalmente?

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giovedì, 21 luglio 2005

Cambio di prospettiva

Abbiamo raccolto le favine su due terzi degli appezzamenti e la resa non è stata poi così male. Ci rientriamo con le spese e i campi sono puliti. Non sembrava così quando abbiamo ascoltato il primo dei numerosi consigli di chi è “del mestiere”. E da un giorno all’altro la delusione si è trasformata in senso di realizzazione. Ci pensavo in questi giorni riguardo al mio scrivere, al perché lo faccio, al cosa ci faccio affacciata da questo blog su un mondo che fino a poche settimane fa non conoscevo affatto.

 

 

 

 

 

Non ho ricordi prima della scrittura. I miei ricordi cominciano con i miei primi diari. Come se avessi bisogno di scrivere per fermare la vita che scorre, o per ascoltare qualcuno dentro di me che non trovava altro modo di esprimersi. Una scrittura personale, rivolta a me stessa, che comunicava con me e per me e non aveva pretese di essere letta. E che mi ha accompagnato, come una necessità fisiologica, per tutta la vita. Poi ho cominciato a scrivere per comunicare a qualcuno e ho conosciuto il piacere di raggiungere gli altri con la scrittura. Il piacere e la dolorosa responsabilità, perché quando scrivevo regolarmente di scienza, come fisica con esperienza nel campo particellare, non potevo permettermi di raccontare senza rigore e accuratezza.

 

 

 

Infine a New York, vivendo nell’Inglese, ho scoperto una persona che voleva esprimersi scrivendo in quella lingua. È una persona che ama raccontarsi per iscritto e raccontare della sua esperienza, non solo su un diario non letto, ma per raggiungere l’altro, per comunicare e trovare risonanze. E il soggetto è il vivere quotidiano, le persone, gli incontri, l’esperienza del vivere, non per forza la scienza.

 

 

 

Ma non è facile uscire da un ruolo. Non è facile autocriticarsi e reinventarsi. Non è facile mollare una carriera e trovarsi con il vuoto del ricominciare. Non è facile diventare madre e dedicarsi ai propri figli senza negare il valore di una voce interna che vuole continuare a scrivere, scrivere. A chi può interessare quello che scrivo se non scrivo di scienza? E cosí è facile non scrivere affatto, per tanto troppo tempo.

 

 

 

L’incontro con l’idea del blog ha aperto uno spiraglio per ricominciare. Ricominciare a dar voce a qualcuno che non ne può più di essere sepolto dentro di me. Ma che comporta scrivere per un blog? In fondo è come ricominciare con un diario nuovo? Lo sarebbe se non arrivassero i commenti e il segnale che qualcuno ti sta leggendo. E che la bottiglia contenente il tuo messaggio, quale che sia, arriva, viene raccolta da qualcuno.

 

 

 

Certo c’è del narcisismo coinvolto. Un desiderio di scambio con un mondo raggiungibile solo con la scrittura. E un desiderio che ciò che si scrive piaccia a qualcuno, serva a qualcosa, aiuti qualcuno. E per questo si affronta il rischio di buttarsi. Di esporsi e di accettare i commenti. Di ricevere qualcosa, buono o cattivo che sia. E qui arrivo al punto. Al cambio di prospettiva.

 

 

 

Leggevo un commento l’altro giorno che mi ha messo in crisi: “la porta si chiude, e le finestre ti sbattono in faccia quello che sei!”

 

 

 

Che vuol dire, mi sono chiesta? Che cosa ci faccio qui a pensare e pensare a una frase prendendola come uno schiaffo in faccia? Ho elucubrato, sviscerato le parole e ne ho tratto solo un furioso rifiuto. Un senso di inadeguatezza e di insicurezza nel cercare di capire cosa in fondo mi sbattono in faccia queste finestre…

 

 

 

Poi parlandone con qualcuno che mi è molto vicino, mentre esternavo la sensazione di smetterla con questo blog, che pur mi sta tirando fuori da un grosso blocco, mi sono improvvisamente ricordata di un momento di alcuni anni fa. Ero a lezione di Yoga con la mia maestra e amica Carol ed eravamo arrivati alla meditazione finale. Mi sentivo in uno stato di grazia, di accettazione totale di me e del mio corpo, mentre Carol accendeva una musica e sulle note del piano di Keith Jarret leggeva dal poeta Rumi: “When the door closes, the window gives you back who you are”.

 

 

 

E allora eccomi qui, a superare ancora una volta il mio blocco e a rispettare una promessa fatta a me stessa di dedicarmi quanto più riesco a questo blog. E scrivere. Nonostante il rischio di esporsi. Nonostante la paura che la porta si chiuda e che la finestra mi restituisca una me stessa difficile da accettare.

 

 

 

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lunedì, 18 luglio 2005

Favine

 

 

Il raccolto di favine e' andato a male.

 

 

Sono tornata dal mare a casa e nella transizione sono venuta meno al mio impegno preso con questo blog. Tipico della mia natura che tende a sabotare le cose che mi fanno bene...

 

 

Anyway, enough for complaining. La situazione e’ questa: tutto si puo’ imparare ma e’ dura imporvvisarsi agricoltori. E cercare di costruire qualcosa di completamente nuovo e’ ancora piu’ dura. In questi giorni mi sto scontrando con gli scherzi della natura e della burocrazia. Da una parte il fatto che i nostri nove ettari piantati a favino ci hanno restituito, grazie a un autunno troppo caldo e a un inverno troppo gelato, piante di favino che sono alte la meta’ di quanto dovrebbero e che hanno poche favette. Il favino è una pianta di fave piccole che si raccolgono una volta seccate sulla pianta e che si usano come foraggio. Nell’ambito delle coltivazioni biologiche sono una coltura di rotazione che nutre e rigenera il terreno. Dall’atra, la frustrazione di avere un’idea innovativa, un progetto di sviluppo per l’azienda che riguardi il turismo e l’addestramento cani, la necessità di ristrutturare alcuni annessi e lo scontro con i tempi di tecnici, impiegati e leggi o normative che sembrano fatte a posta per castrare ogni tipo di creatività.

 

 

Presa da questi sentimenti di delusione e frustrazione sono capitata per caso in una serata organizzata a San Sepolcro da MetaMultiMedia-Cinema. Nell’ambito della rassegna cinematografica all’aperto mi sono trovata a vedere “ La Febbre ” di Alessandro D’Alatri e di avere la chance di ascoltare parlare il regista prima e dopo lo spettacolo. Belle emozioni che mi hanno dato un senso di appartenenza e quasi di speranza. Mi sono identificata in Mario Bettini, il protagonista interpretato da Fabio Volo  che cerca di vivere il suo sogno di aprire un locale e si scontra con le difficoltà di ottenere permessi mentre accetta un posto fisso al Comune di Cremona che lo confronta con un mondo fatto di invidia e grettezza e con le “regole” della burocrazia. Nonostante la società italiana, fortemente criticata dal regista, ce la metta tutta a distruggere la naturale creatività di Mario, cercando di incanalarlo in una vita che non gli appartiene, il giovane riesce a svincolarsi e a ribellarsi con successo realizzando il suo sogno e andando oltre.

 

 

Mi sono impersonata non solo perché mi sto scontrando quotidianamente con la burocrazia per avere i permessi per realizzare il mio sogno qui in Umbria, ma anche perché per un periodo a New York mi sono trovata a lavorare al Consolato d’Italia e mi sono resa conto di come riusciamo a trasportare la nostra italianità nel bene e nel male anche all’estero. La vita in Consolato Generale d’Italia a New York è identica a quella che si può sperimentare in qualunque ente pubblico italiano in Italia. Si varca la porta di Park Avenue e ci si ritrova tra le quattro mura di casa nostra. Allora, più di due anni fa ormai, mi sembrava un vantaggio e un limite enorme al tempo stesso. E una cosa che mi colpiva da morire era la competitività tra gli italiani residenti all’estero nel ricavarsi la propria nicchia senza dover dividerla con nessun altro. Non sentivo per niente il richiamo della comunità. Ma osservavo un mondo piccolo fatto do piccole e grandi invidie. Come nel film, l’invidia pervade il mondo italiano (e non?) e “se fosse come la febbre” tutti ne sarebbero contagiati.

 

 

Per tornare alle favine, ho deciso oggi di provare a raccoglierle lo stesso anche se forse andrò solo in pari con le spese di compera del seme, di semina e di raccolta. Mi piace l’idea di ripulire i campi, di ricominciare un ciclo, di prendere questo primo fallimento con l’attività agricola come una nota negativa dalla quale arriverà qualcosa di buono. Così domani si raccolgono i frutti… piccoli, secchi e neri…

 

 

 

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mercoledì, 13 luglio 2005

La guerra a cinque anni

 

Antefatto. Da una settimana sono dai miei genitori e porto i bambini ogni giorno al mare in colonia. Sono in pausa dalla vita di campagna, anche se i miei vivono nella campagna pontina della provincia di Latina. La colonia è organizzata dal nido di Anzio La Sirenetta che essendo sul mare dedica il mese di luglio a una vita da spiaggia. I bambini stanno in un recinto sulla spiaggia con le maestre la mattina e poi vanno a pranzo al nido dove mangiano, riposano e giocano. Il nido si chiama La Sirenetta. Simone e Lucia ci vanno con i cuginetti Lorenzo e Sabina, poi io e mia sorella li prendiamo e li riportiamo sulla spiaggia di Nettuno fino a sera. Tornando a casa in macchina io e Simone parliamo.

 Tornando verso casa siamo passati davanti al Cimitero Americano.

“Mamma, che cos’è un cimitero?” mi ha chiesto Simone.

“È un posto dove ci sono le tombe dei morti”, ho risposto.

 

“E cosa sono le tombe?”

 

“Sono dei buchi nella terra dove si sotterrano le casse con dentro i morti. Alle volte sono anche buche costruite nei muri”

 

“E quante tombe ci sono in questo cimitero?”

 

 

“Tante, quanti sono i soldati americani che sono morti per la guerra”

 

 

“E che cos’è un soldato?”

 

 

“Un soldato è una persona che si allena a difendere la propria nazione, che impara a usare le armi e a guidare i carri armati e gli elicotteri e a combattere nel caso ci fosse una guerra. Quando tanti anni fa c’era la guerra in Italia, c’erano dei soldati nemici che occupavano l’Italia e gli Americani  sono venuti a liberarla. Ma hanno dovuto combattere e tanti soldati sono morti.”

 

 

“E i nemici chi erano?”

 

 

“A quel tempo erano i tedeschi”

 

 

“E loro sono morti?”

 

 

“Sì, ma  per fortuna adesso non c’è più la guerra e i tedeschi non sono più nemici”.

 

 

“Ma somewhere out there può iniziare una leggenda di guerra”…

 

 

Così ho iniziato a raccontargli della pace. Che se facciamo la pace, quando litighiamo, e se tutti facessero la pace, non ci sarebbero nemici e non ci sarebbe nessuna guerra…

 

 

E non servirebbero soldati.

 

 

“Ma tu conosci qualche soldato?”

 

 

“Veramente no, non conosco nessun soldato”

 

 

“Anzi, Uri è stato soldato per tanti anni in Israele, perché lì è obbligatorio. Ora però vive in America, è il papà di Eilam e non è più un soldato”.

 

 

“Somewhere, out there, può iniziare una leggenda di guerra”…

 

 

Lucia ci stava a sentire. Chissà cosa capiscono i bambini della guerra. Chissà cosa capiamo noi adulti della guerra, noi che non l’abbiamo vissuta sulla pelle e che ne parliamo come di una cosa che avviene lontano, in Iraq… somewhere out there…

 

 

 

 

 

 

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martedì, 12 luglio 2005

Bambiraptor

 

C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire sui dinosauri e non a caso i bambini ne vanno matti.

 

 

Il Museo Americano di Storia Naturale, the “American Museum of Natural History”, ha inaugurato a Maggio una nuova mostra che durerà fino a Gennaio prossimo. Per chi ha in programma di passare le vacanze a New York, suggerisco di andare a visitarla. Per chi invece non ha in programma di arrivare così lontano, non è male visitare il sito della Mostra e addentrarsi nei testi che ne raccontano la sostanza.

 

 

“The point is”, come amano cominciare gli americani, ovvero il punto è che le nuove tecnologie di radiografie, tac, analisi DNA e il GPS (il sistema di posizionamento globale che utilizza i satelliti per individuare una posizione sulla Terra) hanno portato la paleontologia ad attraversare nuove frontiere. E a svelare con le vecchie ossa antichi misteri. Come per esempio se davvero gli uccelli discendano dai dinosauri. L’esemplare di Bambiraptor, scoperto da un ragazzino di quattordici anni nel suo ranch in Montana, e analizzato con le tecnologie moderne, si è rivelato come un parente degli uccelli, coperto di piume e predatore di piccoli mammiferi e rettili. Questo cambia prospettiva anche sull’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa, dato che secondo i paleontologi del Museo Americano (tra i più famosi al mondo) gli uccelli sono veri e propri dinosauri vivi ancora oggi.

 

 

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domenica, 10 luglio 2005

Fear

 

Ho letto una volta la parola inglese "fear" trasformata in acronimo per "false evidence appearing real" (falsa evidenza che appare reale) e da allora l'acronimo e' rimasto con me.

 

Ci pensavo oggi mentre leggevo l'articolo di Gabriele Romagnoli sulle pagine domenicali di Repubblica. Sulla paura appunto, in relazione alla cronaca dei fatti di Londra e del terrorismo in generale. Il succo era di non chiudersi in casa e soccombere alla paura, ne' di negarla, ma di affrontarla per vincerla ed essere davvero liberi.

 

Non ero a New York, quando ci fu l’attentato alle Twin Towers. Ero qui in Italia, in vacanza con Breon e Simone di un anno in procinto di tornare a New York il 14 Settembre. Io e Breon avevamo un appuntamento in ospedale alle tre del pomeriggio di quell’undici settembre e ci trovammo in una sala d’aspetto a guardare increduli le immagini in televisione della prima torre squarciata e del secondo aereo che si schiantava sulla seconda. Parlammo lo stesso con il medico, come se niente fosse, e tornammo a casa prima di renderci conto veramente di quello che era successo. Eravamo a Roma con Manny e Vichie e il loro bambino Dean che ci erano venuti a trovare da New York. A scoppio ritardato l’evento mi sopraffece e cominciai a sentire la paura. In quei giorni di attesa di notizie presi la decisione di tornare comunque a New York. Per me significava rafforzare la convinzione di essere diventata una “newyorker”, seppure per adozione e significava vincere la paura di prendere quel primo aereo dopo l’undici settembre. Per Breon voleva dire tornare a casa, nella sua New York ferita, nel quartiere dove era nato e cresciuto.

 

E ora Londra. Mi sento vicina e lontana a quello che è successo. Vicina perché per mesi ho affrontato la Subway newyorkese con un senso di paura dopo l’undici settembre. Eppure era lo stesso luogo che avevo amato da subito a New York, pieno di energia e di facce della routine quotidiana, ma anche di mistero e di transizione. Lontana perché oggi non vivo in una metropoli. Sono in campagna dove la percezione del sotterraneo riguarda i formicai, o i nidi di serpi e quella dell’altezza massima riguarda le cime degli alberi. Non ho la televisione per vedere le immagini e centellino le notizie per mancanza di tempo che dedico quasi tutto ai bambini.

 

Sono fuggita? Ho ceduto alla paura e ho scelto di isolarmi in un mondo protetto dove posso proteggere me stessa e i bambini dalla percezione delle evoluzioni più aberranti della nostra specie? Scenderei in metropolitana domani, o mi chiuderei in ascensore per raggiungere l’n-esimo piano di un grattacielo? Siamo davvero in controllo delle pieghe che prende la nostra vita, o davvero non esiste riparo quando si tratta di arrivare alla nostra Samarcanda? E la paura… fino a quando è una sana difesa e quando diventa invece paralisi e castrazione della libertà?

 

Ho tante domande ma nessuna risposta…

 

 

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mercoledì, 06 luglio 2005

PERCHE'?

Perche', dicevo, si prende una strada piuttosto che un'altra?

E' una questione di syncronicity, come ho imparato a riconoscere nella mia vita. O di serendipity, intesa come la coincidenza casuale di eventi che trovano una interpretazione nella mente di qualcuno. In fisica la scoperta di qualcosa mentre si cerca tutt'altro per un  evento casuale che apre una nuova prospettiva sulla realta'. In psicologia, la coincidenza sicnificativa, per dirla alla Jung. E nel mio caso specifico, la concomitanza di due eventi che non ho potuto ignorare. E di un sogno.

Da una parte una brutta malattia di Breon, esattamente un anno fa a New York, che mi ha messo di fronte alla necessita' di smettere di vivere progettando il futuro e di cercare di attuarlo "qui e ora".

Dall'altra il fatto che mio nonno novantacinquenne aveva intenzione di liberarsi di una proprieta' in Umbria, l'azienda agricola trasformata in biologica che aveva comprato negli anni settanta, e che per farlo e ottenere piu' soldi possibile l'aveva venduta a mio padre e mia madre, ovvero sua figlia. Creando una crisi familiare e una situazione per cui qualcuno di noi nipoti doveva occuparsi di mandare avanti l'azienda che altrimenti sarebbe stata venduta.

Infine un sogno, fatto mentre Breon era ricoverato al St. Vincent Hospital di Manhattan con una polmonite che aveva infettato entrambi i polmoni e non riusciva a superare le febbri. Mi vedevo avere un incidente alla guida di una macchina in cui era anche mia sorella. Entrambe perdevamo le gambe e nel sogno mi osservavo molti anni dopo l'incidente. Ero su una sedia a rotelle, invecchiata e distrutta dall'aspetto di vittima, mentre mia sorella veniva a trovarmi con due protesi che le permettevano di camminare e persino ballare, vestita com'era di un corpetto nero e una gonna larga con i capelli lunghi e curati che le scendevano sulle spalle. Ricordo la sensazione che ho provato al risveglio: era come se avessi  esaminato due prospettive per la mia vita. Potevo cedere agli eventi e commiserarmi di continuo o potevo trarre il meglio da essi e reagire... E per me era venuto il tempo di reagire.

Tutto questo mi fa pensare alla materia e all'antimateria, agli universi possibili, al fatto che per ogni cosa esiste il suo opposto. E che basta poco per cambiare prospettiva e accettare quello che puo' sembrare al momento un evento negativo. Per me, Breon malato, la sua lunga convalescenza durata mesi, l'incertezza sul nostro futuro a New York, tutto questo e' stato un colpo. Ma e' bastato un sogno a darmi la forza di mettere insieme i pezzi del puzzle che e' la vita in atto, e dare un senso alla prova che ci era capitata. E cosi' abbiamo lasciato New York, per un sogno, per una sincronicita'.

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lunedì, 04 luglio 2005

Ritornare a incanalare l'energia creativa

Mi vengono in mente le cinque "W" a cui occorre rispondere per realizzare un buon "pezzo" di giornalismo:

WHO, WHAT, WHERE, WHEN and WHY.

E che mi sono fatta assorbire in questo buco nero chiamato blog senza veramente presentarmi.

Sono Marta e questo e' chiaro, una donna di trentasei anni (anche se spesso me ne sento tanti tanti meno) che e' tornata a vivere in Italia, in Umbria per la precisione, dopo circa sei anni negli Stati Uniti, a Manhattan o meglio nella Upper West Side. La zona di Woody Allen per interderci, quella che si affaccia su Central Park West e che brulica di un'umanita' mista e multicolore di adulti e bambini. Ci ero arrivata per studiare l'Inglese visto che come divulgatrice scientifica mi trovavo in continuazione in contatto con la frustrazione di non capire esattamente le risposte del premio Nobel di turno intervistato o di non essere in grado di seguire una conferenza su donne e scienza a Bruxelles o di colloquiare con gli stranieri che mi capitava di incontrare. Ma ci ero arrivata anche per inseguire le tracce di un amore finito e allo stesso tempo nutrire un nuovo amore, quello per New York e tutto quello che avrebbe potuto offrirmi.

L'Inglese l'ho imparato al punto di scoprire una parte di me che aspettava di poter emergere per scrivere in quella lingua. Ho incontrato maestri di scrittura e di arte. E ho conosciuto un Angelo, Breon, che ora e' mio marito e il padre dei miei due bambini Simone e Lucia che ho nominato nel mio post di "debutto" E' anche un addestratore di cani che ha pubblicato il libro "Philosophy Dog. The Art of living with man's best friend" in cui racconta della sua filosofia per diventare il miglior leader del proprio cane accompagnando i suoi consigli di esperto con foto di cani scattate dai piu' famosi fotografi di fashion e non: uno per tutti Bruce Weber per cui Breon ha lavorato per anni addestrando i suoi favolosi Golden Retreiver.  Sicuramente non ho raggiunto la carriera a cui aspiravo come giornalista scientifica proveniente dalla ricerca in Fisica delle Particelle, non ho pubblicato in Inglese da nessuna parte tranne che scrivere e scrivere per le numerose classi di scrittura a cui ho partecipato, non sono stata presa al Master alla Columbia che sembrava il mio obiettivo principale all'inizio dell'avventura, ma ho sperimentato The Artist Way di Giulia Cameron e grazie all'esperienza condivisa con amici conosciuti nei primi mesi di vita newyorkese ho scritto di altro anziche' di scienza e ho cominciato a tenere un diario che ormai dura da quattro anni dedicato prima a Simone e poi a Lucia sulla mia prospettiva minimalista sul grande mondo. Nel frattempo sono cresciuta... Ho pubblicato il mio primo libro intitolato "I dinosauri dopo cena. L'evoluzione della vita dalle prime cellule a Darwin" con la casa editrice Cuen per la Citta' della Scienza di Napoli, ho ottenuto la Green Card, mi sono trovata a lavorare per il Consolato Italiano a New York, addentrandomi nella burocrazia fine a se stessa costretta a cancellare per giorni i morti dall'elenco degli Italiani residenti nello Stato di New York, mi sono scontrata con le difficolta' di non avere un'assicurazione medica negli Stati Uniti e portare aventi due gravidanze per poi far nascere i bambini in Italia, tutto questo e altro diventando madre e scoprendo una nuovo universo amoroso, quello per i propri figli.

Ora pero' non sono piu' a Manhattan, ma sono approdata da Dicembre scorso in Umbria, a San Zeno a Poggio frazione di Citta' di Castello, provincia di Perugia. Dovrei dire siamo approdati, io, Breon e i bambini, perche' la decisione di venire a vivere in Italia ha riguardato tutti ed e' maturata anche grazie a Simone e Lucia. Siamo qui per una scelta di vita di quelle che si meditano per tanto tempo e poi si attuano in un attimo perche' il treno passa e va preso, d'istinto altrimenti si perde. E a chi mi chiedeva l'altra sera: "Ma come vi trovate, tu romana e Breon newyorkese a passare da Manhattan a Petrelle, non senti qualche scompenso?" ho risposto che gli scompensi poi in fondo io li sento dovunque sono e che forse per una volta vale la pena vivermeli qui e ora senza dover sempre cercare di passare dall'altra parte dell'Oceano.

E cosi' ora sono imprenditrice agricola e gestisco una fattoria biologica che per ora stiamo solo rimettendo in vita dato che era stata un po' abbandonata da mio nonno negli ultimi anni. Abbiamo la nostra casa, e altre strutture che vogliamo dedicare a ospitare turisti che viaggino accompagnati da cani o bambini e cosi' ci siamo trasformati in agriturismo. Breon intrattiene e addestra i cani di chi voglia imparare i suoi metodi basati sul "positive renforcement" e nel frattempo visitare le bellezze dei luoghi che ci circondano: dal verde delle colline umbre, all'arte di Perugia o Assisi piuttosto che Todi o Gubbio o Bevagna. L'idea generale e' questa che cominciamo solo ora a poter realizzare e che comprende anche tanto altro.

Il perche' di tutto questo forse merita un altro spazio, un accenno basti e riguarda la serenita' ritrovata e la senzazione di costruire qualcosa di cui comincio gia' a vedere i frutti (oggi abbiamo raccolto i primi pomodori che avevo piantato solo un paio di mesi fa...)

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