Cambio di prospettiva
Abbiamo raccolto le favine su due terzi degli appezzamenti e la resa non è stata poi così male. Ci rientriamo con le spese e i campi sono puliti. Non sembrava così quando abbiamo ascoltato il primo dei numerosi consigli di chi è “del mestiere”. E da un giorno all’altro la delusione si è trasformata in senso di realizzazione. Ci pensavo in questi giorni riguardo al mio scrivere, al perché lo faccio, al cosa ci faccio affacciata da questo blog su un mondo che fino a poche settimane fa non conoscevo affatto.
Non ho ricordi prima della scrittura. I miei ricordi cominciano con i miei primi diari. Come se avessi bisogno di scrivere per fermare la vita che scorre, o per ascoltare qualcuno dentro di me che non trovava altro modo di esprimersi. Una scrittura personale, rivolta a me stessa, che comunicava con me e per me e non aveva pretese di essere letta. E che mi ha accompagnato, come una necessità fisiologica, per tutta la vita. Poi ho cominciato a scrivere per comunicare a qualcuno e ho conosciuto il piacere di raggiungere gli altri con la scrittura. Il piacere e la dolorosa responsabilità, perché quando scrivevo regolarmente di scienza, come fisica con esperienza nel campo particellare, non potevo permettermi di raccontare senza rigore e accuratezza.
Infine a New York, vivendo nell’Inglese, ho scoperto una persona che voleva esprimersi scrivendo in quella lingua. È una persona che ama raccontarsi per iscritto e raccontare della sua esperienza, non solo su un diario non letto, ma per raggiungere l’altro, per comunicare e trovare risonanze. E il soggetto è il vivere quotidiano, le persone, gli incontri, l’esperienza del vivere, non per forza la scienza.
Ma non è facile uscire da un ruolo. Non è facile autocriticarsi e reinventarsi. Non è facile mollare una carriera e trovarsi con il vuoto del ricominciare. Non è facile diventare madre e dedicarsi ai propri figli senza negare il valore di una voce interna che vuole continuare a scrivere, scrivere. A chi può interessare quello che scrivo se non scrivo di scienza? E cosí è facile non scrivere affatto, per tanto troppo tempo.
L’incontro con l’idea del blog ha aperto uno spiraglio per ricominciare. Ricominciare a dar voce a qualcuno che non ne può più di essere sepolto dentro di me. Ma che comporta scrivere per un blog? In fondo è come ricominciare con un diario nuovo? Lo sarebbe se non arrivassero i commenti e il segnale che qualcuno ti sta leggendo. E che la bottiglia contenente il tuo messaggio, quale che sia, arriva, viene raccolta da qualcuno.
Certo c’è del narcisismo coinvolto. Un desiderio di scambio con un mondo raggiungibile solo con la scrittura. E un desiderio che ciò che si scrive piaccia a qualcuno, serva a qualcosa, aiuti qualcuno. E per questo si affronta il rischio di buttarsi. Di esporsi e di accettare i commenti. Di ricevere qualcosa, buono o cattivo che sia. E qui arrivo al punto. Al cambio di prospettiva.
Leggevo un commento l’altro giorno che mi ha messo in crisi: “la porta si chiude, e le finestre ti sbattono in faccia quello che sei!”
Che vuol dire, mi sono chiesta? Che cosa ci faccio qui a pensare e pensare a una frase prendendola come uno schiaffo in faccia? Ho elucubrato, sviscerato le parole e ne ho tratto solo un furioso rifiuto. Un senso di inadeguatezza e di insicurezza nel cercare di capire cosa in fondo mi sbattono in faccia queste finestre…
Poi parlandone con qualcuno che mi è molto vicino, mentre esternavo la sensazione di smetterla con questo blog, che pur mi sta tirando fuori da un grosso blocco, mi sono improvvisamente ricordata di un momento di alcuni anni fa. Ero a lezione di Yoga con la mia maestra e amica Carol ed eravamo arrivati alla meditazione finale. Mi sentivo in uno stato di grazia, di accettazione totale di me e del mio corpo, mentre Carol accendeva una musica e sulle note del piano di Keith Jarret leggeva dal poeta Rumi: “When the door closes, the window gives you back who you are”.
E allora eccomi qui, a superare ancora una volta il mio blocco e a rispettare una promessa fatta a me stessa di dedicarmi quanto più riesco a questo blog. E scrivere. Nonostante il rischio di esporsi. Nonostante la paura che la porta si chiuda e che la finestra mi restituisca una me stessa difficile da accettare.